“Mio era il nome alla porta, ma il corpo non ero io”: Fernanda Romagnoli

Lo spazio di Atena

di Maria Consiglia Alvino

Prima o poi qualcuno lo scopre:
io sono già morta
da viva.

La storia della letteratura italiana conta numerosi colpevoli silenzi. Tra questi, rientra quello sull’opera di Fernanda Romagnoli.

Entrare nella scrittura di Fernanda Romagnoli significa fare i conti con una storia dolorosa di silenzio e dimenticanza. “Una poetessa grandissima”, come l’ha definita Paolo Lagazzi, rimasta tuttavia a lungo negletta dalla critica e dalle antologie.

Nata a Roma il 5 novembre 1916, Fernanda Romagnoli si diploma in pianoforte a diciotto anni al Conservatorio di Santa Cecilia. A vent’anni consegue da privatista il diploma di maestra elementare. Nel ’43 esce la sua prima raccolta, Capriccio (Signorelli). Nel ‘46 sposa Vittorio Raganella, militare di carriera, a seguito del quale si sposterà in varie città italiane. Negli anni ‘60 collabora con alcune riviste e programmi radiofonici, come L’approdo, La Fiera Letteraria e Forum Italicum. Nel 1965 pubblica la sua seconda raccolta, Berretto rosso (Sestante). Negli anni Settanta stringe amicizia con Attilio Bertolucci, il quale l’aiuterà a pubblicare con Guanda la sua terza raccolta, Confiteor (1973). Nel ’77 viene operata al fegato per un’epatite contratta durante la Seconda Guerra Mondiale. La malattia segnerà profonda l’ultimo decennio della sua vita. Nonostante le sofferenze, continua a scrivere e nel 1980 esce la sua ultima silloge, Il tredicesimo invitato per l’editore Garzanti. Muore a Roma nel 1986.

Nonostante la breve gloria avuta in vita e l’interesse mostrato per la sua poesia da Betocchi, Bertolucci e Sereni, le sue opere dopo la morte cadono nell’oblio.

In anni più recenti è doveroso ricordare il lavoro di Donatella Bisutti, che riuscì a far ripubblicare nel 2003 la raccolta Il tredicesimo invitato ed altre poesie per i tipi dell’editore Scheiwiller. Ma le sorti della casa editrice gettano di nuovo l’opera di Fernanda Romagnoli nella dimenticanza, fino alla recente pubblicazione dell’antologia La folle tentazione dell’eterno, uscita nel 2022 per Interno Poesia, a cura di Paolo Lagazzi e Caterina Raganella, figlia della Romagnoli, con nota filologica di Laura Toppan e Ambra Zorat. È questo un passo importante per scuotere la figura di Fernanda Romagnoli dalla polvere di oblio in cui è caduta del tutto a torto e per segnare una stagione di nuovi studi e ricerche sulla sua poesia.

Sin dagli esordi, connotati da un’adesione ai modelli del primo Novecento (Pascoli, D’Annunzio), tutta la poetica di Fernanda Romagnoli è caratterizzata da un’unione inscindibile tra vita e poesia. Anzi, è la poesia che in un’ultima analisi consente all’autrice di superare quel dissidio d’identità mai sopito tra l’essere moglie e madre e l’essere poeta.

Le due vite parallele condotte con l’atroce sofferenza data dai sensi di colpa e dal senso di esclusione dalla società da essi derivante trovano paradossalmente una riunificazione nel verso poetico, nella sua musicalità, nella rivendicazione di uno spazio di esistenza che come un grido emerge dalle lacerazioni dell’io lirico. Un io lirico sempre presente e a volte ipertrofico, che spesso alza la voce (es. “Io non mi trovo”; “non ero io”; ) per marcare la sua distanza dalla realtà, vissuta come terra di esilio.

È una poesia estremamente musicale, condotta secondo un rispetto assoluto della metrica, attenta alle coincidenze dei suoni, delle assonanze e a volte delle rime, punteggiata di insistenti anafore ed intrisa di metafore e allegorie che sublimano l’effimera realtà quotidiana, i piccoli oggetti di tutti i giorni, le piccole e grandi mortificazioni in afflati universali. Leggendo Fernanda Romagnoli si ha come l’impressione di assistere al grido di un’anima che cerchi disperatamente di uscire da un carcere nel quale sia stato recluso e abbandonato, o più spesso sia stato autorecluso, rivendicando spazi aperti e liberi. Contribuiscono a forgiare tale sensazione quasi di claustrofobia le continue opposizioni di spazi claustrali e aperti: dentro/fuori, corpo/anima, stanza (per lo più la cucina, luogo femminile di reclusione per eccellenza)/esterno, terra/cielo. È forte, in tal senso, la ricerca di una prospettiva trascendente, di una dimensione divina nella quale elaborare e pacificare i sensi di colpa, la paura della morte, il dolore fisico e spirituale; la ricerca, insomma, di una luce nella quale spogliarsi da ogni catena.

È una poesia dalle connotazioni quasi mistiche, lì dove anima e corpo, visione e razionalità entrano in un costante dialogo e divengono reciproca linfa. È una poesia drammatica, che con una scrittura insieme precisa e visionaria scuote il lettore mettendogli senza pietà di fronte agli occhi il senso continuo della ricerca di un significato intimo e profondo per questa vita, il desiderio inappagabile di vivere e al contempo di autoescludersi, l’ineluttabile destino al quale ciascuno è chiamato, il conflitto inestinguibile tra essenza e apparenza, la tensione verso l’Altro.

Falsa identità

Prima o poi qualcuno lo scopre:
io sono già morta
da viva. È di donna straniera
la faccia tra i capelli in giù sporta
che subito si ritira,
l’ombra che dietro le tende
s’aggira di sera,
il passo che viene alla porta
e non apre. Suo il canto
che intriga i vicini coprendo
i miei gridi sepolti. Qualcuno
prima o dopo lo scopre. Ma intanto…
Lei a proclamarsi non esita,
lei mostra il mio biglietto da visita.
Io nel buio, in catene, a un palmo
da voi di distanza, sul muro
graffio questa riga contorta:
testimonianza che mio
era il nome alla porta, ma il corpo
non ero io.

*

Tu

Tu, che chiamiamo anima.
Colore negro, odore ebreo. Tu profuga,
tu reietta, intoccabile. Tu transfuga
dal soffio dell’origine.
Non ti spetta razione, né coperta,
né foglio di reimbarco.
Per registri e frontiere
non esisti.
Ma in sere come queste, di cangianti
vaticini fra i monti,
ad ogni varco
può apparire improvvisa la tua faccia
d’eremita o brigante.
“Fronda smossa,
pietra caduta…” trasale in sé il passante
che la tua ombra assilla
di crinale in crinale,
mentre corri ridendo nell’occhiata
del cielo, che ti nomina e sigilla.

*

Oggetti

I piccoli oggetti, i piccoli
amici schiavi, che tirano
troppo in lungo la vita! Miei cari,
vi licenzio in tronco. È più dura
forse per me: ma chi monco,
chi gobbo, chi spelato da lebbra;
e il mazzo di chiavi risputato
da ogni serratura.
Gli ipocriti inermi! Bisbigliano
aiuto, pietà.
E s’uncinano a tutti gli appigli,
a tutti i ricordi come labbra
s’attaccano, come vermi.
Giù nel sacco – un tonfo – coraggio!
Non sarà un lungo viaggio.
In cantina, il bel dormitorio.
Col teatrino dei topi, il tanfo
del vino, la grata
(tarlata) del parlatorio
per la piuma, per la foglia di passo.
Tra vecchi fratelli… Diciamo
che a noi padroni va peggio,
quand’è l’ora nostra… Ma adesso
muoviamoci, andiamo.

*

Il tredicesimo invitato

Grazie – ma qui che aspetto?
Io qui non mi trovo. Io fra voi
sto come il tredicesimo invitato,
per cui viene aggiunto un panchetto
e mangia nel piatto scompagnato.
E fra tutti che parlano – lui ascolta.
Fra tante risa – cerca di sorridere.
Inetto, benché arda,
a sostenere quel peso di splendori,
si sente grato se alcuno casualmente
lo guarda. Quando in cuore
si smarrisce atterrito “Sto per piangere!”
E all’improvviso capisce
che siede un’ombra al suo posto:
che – entrando – lui è rimasto chiuso fuori.

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Un commento Aggiungi il tuo

  1. luciatriolo ha detto:

    L’ha ripubblicato su alessandriaonline.com.

    "Mi piace"

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