Felicia Buonomo, Cara Catastrofe (Ed. Miraggi). Intervista a cura di Floriana Coppola

Lo spazio di Atena

di  Floriana Coppola

Il titolo allude a un amore tossico, a una storia sentimentale che presuppone il rapporto vittima carnefice, a una dipendenza da cui non si vuole o si può guarire?

Sì, il titolo (mutuato da un brano di un musicista che amo molto, Vasco Brondi) e i testi, indagano il rapporto vittima-carnefice. Utilizzo il verbo indagare non a caso. Questo mio lavoro poetico, infatti, parte da un’indagine di natura giornalistica (la mia professione), con la quale ho tentato di traslare in versi alcune testimonianze di donne vittime di violenza, o raccolte direttamente o per interposta persona, parlando con esperte e operatrici del settore, a cui ho mischiato dei personalismi circa il modo in cui si può empaticamente entrare in contatto con il dolore altrui. È importante l’aspetto che in questa domanda viene messo in luce, quando si parla di «dipendenza da cui non si vuole o si può guarire». Perché nodo centrale della raccolta, in particolare nella seconda sezione, è la rappresentazione, da una parte, di ciò che unisce la vittima al carnefice (ovvero la dipendenza), dall’altra il senso di colpa (non si vuole o può guarire) che permea ogni storia di donne vittima di violenza o abusi. Il comune denominatore, in questo drammatico fenomeno, è proprio lo stravolgimento del concetto di colpa. La donna abusata, dopo un primo momento di idillio (determinante per sviluppare la co-dipendenza), nel momento in cui la violenza diventa manifestazione chiara e palese, comincia a guardarsi con gli occhi del maltrattante, provando senso di colpa, sentendosi responsabile di quanto accade, tanto da rifiutare l’oggettiva realtà che la vede avviluppata nella spirale della violenza. Una spirale che è intermittente e inframezzata da quelle che vengono definite “false riappacificazioni”, ed è proprio questo ciclo a spirale che avviluppa la donna, rendendole difficile, dapprima riconoscere la violenza subita, e successivamente la fuoriuscita da essa. Il concetto di colpa subisce stravolgimenti anche da parte dell’ambiente esterno alla dinamica della violenza, ogni volta ad esempio che si dice a una donna: “Perché non lo lasci? Al primo schiaffo, dovevi denunciare e andartene”; questa viene definita in gergo come “vittimizzazione secondaria”, per cui indirettamente (spesso involontariamente) si scarica sulla donna la colpa di aver accettato e subito. Svincolarsi dal giudizio, anche verso se stessi, è il primo passo per prendere coscienza di ciò che sta accadendo.

La ricerca poetica del verso breve quasi epigrammatico vuole rispondere a quale tua esigenza?

In generale, più che esigenza, la chiamerei scelta. Io amo, anche come lettrice di poesia, il verso breve. Ed è questo il lavoro che faccio nella scrittura poetica. Parto da un’immagine che, nei miei intenti, cerca di legare uno stato interiore ad una manifestazione esteriore, e dopo una prima bozza parte il cosiddetto labor limae, che mi impiega gran parte del tempo. Amo il verso breve perché credo – ed è chiaramente il mio personale gusto – nella parola che arriva diretta, che non gira intorno a un concetto, il quale riuscirà nel suo obiettivo di imprimitura grazie alla scelta dell’immagine metaforica. Nel caso di specie, invece, la scelta di arrivare al centro della sostanza – senza perdersi nei rivoli della dicotomia significante-significato – è diventata un’esigenza (come sottolineato nella domanda), perché si capisse che il mio era un chiaro tentativo di dare voce a un tema chiaro e inequivocabile.

Nella tua silloge, hai citato in apertura la Candiani. Mi puoi dire la tua relazione con la poesia contemporanea?

Trovo che ogni tentativo di scrittura debba partire da uno studio attento, profondo e costante. Conoscere il passato è importante. Allo stesso modo lo è capire l’evoluzione di un’arte (poetica, in questo caso), sapere in che direzione sta andando e quali traiettorie sta disegnando per l’immediato futuro. Per questo è importante leggere la poesia contemporanea, da cui mai prescindo, con la stessa attenzione che dedico a quella del passato.

Quali sono i punti di contatto tra la tua scrittura giornalistica e la tua poesia?

Sono scritture, dal punto di vista squisitamente stilistico, diverse. Persino tra scrittura giornalistica per la carta stampata e quella televisiva (io le pratico entrambe) esiste una netta differenza. Il punto di contatto è l’intento, la motivazione per cui io lo faccio. Ho scelto di fare la giornalista perché volevo raccontare e dare voce, con lo stesso spirito – in particolare con questo testo – porto avanti la scrittura poetica.

La tua silloge racconta gli amori complessi verso gli uomini, le aspettative e le mancanze, le delusioni e gli abusi. Ma in quale direzione pensi stiamo andando oggi in Italia , alla luce dei numerosi omicidi intrafamiliari?

Parliamo di un fenomeno dai contorni ben definiti e chiari, anche se la società e, spiace dirlo, anche le istituzioni, preferiscono ignorarlo. Credo, dunque, che la direzione in cui stiamo andando sia ancora a un punto di avanzamento che si discosta dalle reali esigenze. Ci sono centri antiviolenza che svolgono un ruolo fondamentale, determinante, per aiutare e proteggere le donne vittime di violenza, ai quali tuttavia non arrivano fondi sufficienti. Questo significa ignorare la gravità di un fenomeno che non può più definirsi emergenziale (per quanto di emergenza sociale di tratti), ma strutturale nelle sue esigenze, che richiede quindi di un sostegno costante.

Testi tratti da “Cara catastrofe” (Miraggi Edizioni)

di Felicia Buonomo

Mi sei venuto dentro per rendere gravida
la mia dipendenza. Perché la paura
diventi figlia del nostro amore.
La porto in grembo con la colpa
di una madre degenere, che mantiene
in vita la sua creatura nutrendosi
delle tue bastonate,
che mi fanno il male che merito.

*

Mi parli del tempo che distrugge,
della ribellione che non c’è,
della dignità frantumata
sotto il peso di parole rabbiose.
Fai l’elenco delle mie colpe
con la stessa voce di chi urlava “Barabba!”.
Mi ricordi che anche il figlio di Dio
è fatto di carne che sanguina e muore.
E che nessuno aspetterà, per me,
il terzo giorno.

*

Mi siedo al banco degli imputati.
La mia parola contro la tua.
Mancanza di prove di felicità – dichiaro.
La verità, nient’altro che la verità:
il dolore è l’unico sentimento
che mi lega a te.
È tutto quello che ho da dire,
Vostro onore.

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