Verso la mente di Nadia Campana

Lo spazio di Atena
di
 
Beatrice Orsini

Entrare in contatto con la poesia di Nadia Campana significa accettare la sfida di smarrirsi nella labirinticità, a tratti frenetica, della sua scrittura, costellata da immagini contrastanti, interpunzioni continue e versi che sembrano sempre sul punto di precipitare o condurci in un dove che immancabilmente si sottrae.

La sua poesia appare strettamente imparentata al modo della sua morte: per troppa vita che ho nel sangue, verrebbe da dire, citando un’altra poetessa a sua volta destinata al suicidio, seppure per altre vie. Non al modo di Antonia Pozzi, non dunque per un lento abbandono e addormentamento; ma alleata, nella scrittura come nel gesto estremo, ad Amelia Rosselli, la Campana agirà sul suo corpo alla stessa maniera con cui agisce sul verso: precipitandolo, in qualcosa d’altro.

“Verso la mente” è il viaggio testamentario con cui Nadia Campana tenta di cucire e tenere insieme brandelli di realtà, sensazioni ed esperienze tra di loro contrastanti, guizzi di vita accanto ad echi di morte. C’è una febbre che attraversa i suoi testi, che oscilla e si dibatte tra spinte dionisiache e stati quasi onirici; un sentire lisergico, che non giunge mai a farsi maniacale, culla il lettore con un movimento ritmico e ipnagogico, riaprendo un varco verso ciò che dell’infanzia fa resto e residuo. Non a caso si assiste ad un’elencazione di vocaboli, di accostamenti fonetici e semantici, propri di quel primo tempo dell’olofrase che le libere associazioni psicoanalitiche fanno riaffiorare.

Si resta al termine e durante tutto il viaggio con un nulla che non equivale ad un niente, perché altrove la parola di Nadia continua ad agire in noi, tratteggiando nuove strade: “ho fatto un grande sogno ma non mi ricordo/niente babbo…”.

Noi, la lunga pianura immaginaria
ci inghiotte come sacramenti della notte
 
Sei stato una quantità esatta
nella pioggia che afferra i visi
 
Ma adesso in ogni angolo della stanza
aspetteremo fuori dall’esplosione
un legno che io, qui,
ho costruito (lasciami fare)
prodigi scelti dal caso, pioppeti da percorrere!
 
Il tenero è nel mezzo e nell’interno
umiltà di una porta
 
ascoltando treni, a un passo, come
una febbre nel ricordo esattamente
 
Guarda il campo
è così calmo, smisurato, stamattina.

***

Le gioie del declassato

Che mi lasci guidare prematura
farmi portare impadronita
non reggono al confronto delle braccia
valigie piene di esempi
folate indicano il cappello soltanto
mutandosi in fili spazzati
e semi non custoditi in direzione
barca abbandonata lungo il fiume
guardo il ponte, un vero confine,
strappo le tasche e dal biglietto la sua fede:
si scioglie sulla guancia
la gioia del declassato.

Avendo già avuto a che fare
con la resa, scelgo
le processioni del riposo.
Io e la luna sorgente
in un punto remoto assonnate come cani

compressa da fatiche piagata
spostando di qualche strada i passi, spiccano
una dopo l’altra tenaci uguaglianze di tempo.

***

Guardiamo dalla cima del monte
il filo di calma che è nato
del mio petto tu conti ogni grano
e ogni cuore si prende di colpo
il suo tempo: un amore
è tornato e si è accorto
il suo disco ci copre.
Adesso tu devi guardarmi
per quella collana di si
nella mia pelle che apre
la piana la strada
e i fondi della notte
i centesimi della sete.

***

Il buio come bene
Tutte dolcezze sono alle dita
di rosa l’abito tinge
lungo l’azzurro pieno, come ti chiamavo
a cancellarmi, quaggiú, ti prego.
Per te, io ti, io te sono
che mi contiene nel tremante ricorso
del tuo silenzio vienimi incontro
orizzonte e allarga esso.
Come rami contro il cielo entrai in lui
una specie eletta dal suo cuore
come mondi sognati da miriadi di sogni
sradicati al centro quasi affondando
diciamo.

***

di questo succo momenti di pura pace due corpi nudi che
camminano guardandosi vorrei dire che senza arabeschi è
possibile appartenere qualche volta. fuori dai cinque
sensi dentro un senso che liberi tutti scrutare dall’ al-
to del sinai: il sinai.…..anche voglio che rimanga in me
un’isola dinamica come un sogno esatto. bella sei amica
mia come un meriggio che pascola tra gli anemoni. il tuo
petto gregge notturno e candido. grandi cose il cuore ne
dice e paiono dire (ché nessun suono fuori riesco) quale
prova voglio vedere s’incurva al largo l’una vicino al-
l’altra al ritmo fai il viaggio nelle mie mani regione
di entrambi in te si realizza tutto il tempo in un istan-
te proprio grazie alla natura, a quella natura finita

***

Come un folle mago mi estraggo
dal petto la sete
bianco, giallo, stracci di ogni colore
spira il vento che assomiglia a pietra
sporge la gamba
accenna un passo di danza
s’incrina il bacino
si perde l’equilibrio
sul volto scende la saliva

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