LO SPAZIO DI ATENA PER LA GIORNATA INTERNAZIONALE DELLE DONNE

Lo spazio di Atena
a cura della redazione

IL CORPO OSCURO

C’è nella dimensione femminile qualcosa che da sempre sfugge alla comprensione dei sessi, un godimento altro – diceva Lacan – ignoto tanto agli uomini quanto alle donne, il quale con questa formula riprendeva l’irrisolto quesito freudiano del “Che cosa vuole una donna?”. E il tentativo maldestro di governare e bonificare questo enigma è passato per un addomesticamento del corpo femminile, rendendolo inaccessibile allo sguardo altrui tramite, una sempre maggiore copertura, oppure mutilandolo (sorta di operazione paritetica e speculare al fantasma di castrazione maschile) e annullandolo nelle sue zone di piacere.

Nel mondo occidentale a noi contemporaneo, l’operazione di padronanza è avvenuta, al contrario, attraverso un’espropriazione del corpo della donna ed una sua sovraesposizione mediatica, basata su di un immaginario erotico prettamente maschile e dunque a suo uso e consumo.

In un caso come nell’altro, il corpo delle donne e la sua immagine sono diventati un affare sociale, politico, e come tale lontano dall’esperienza che ogni donna fa del proprio corpo e del proprio essere femminile; nemmeno la controrisposta femminista pare essere stata la chiave di volta, perché nel rivendicare il diritto di autogestione di tale oggetto – il corpo, per l’appunto – lo ha spesso dovuto anche sacrificare, se non ripudiare.

Esiste dunque una via al femminile per accedere al corpo femminile? Sebbene non unica ed unitaria, parrebbe comunque di sì, dal momento che molte artiste donne usano il corpo come mezzo di comunicazione e come oggetto offerto all’altro non per assecondare un presunto piacere maschile, ma come processo di ricerca e conoscenza di sé, oltre che di azione sul mondo. L’ingovernabilità femminile, la propensione di sfida alle leggi e alle regole che da sempre connota un certo modo dell’essere donna e che serpeggia sotto le sembianze di una presunta docilità, l’indifferenza alle forme della societas che contraddistingue le donne, diventa in questo campo -e per il tramite di un corpo non mediato da nessun conformismo e non riducibile alla pura anatomia- azione sociale, per non dire politica.

UNA QUESTIONE LESSICALE: BREVI ACCENNI*

C’è un reclamo che il corpo rivolge alla donna: essere vissuto nella luce, senza ipocrisie; essere visto e visto per essere detto. E’ in questione una percezione femminile del corpo come proprio. Si tratta di materia controversa: dal versante maschile del desiderio, è fatto per svelarsi ritraendosi e per nascondersi svelandosi (seduzione) al modo dei miti. E’ esso stesso, preso come materia del desiderio ad essere prigioniero del mito. Se c’è una via al femminile per accedervi è la via ancora oscura, accidentata per molti versi ignota, di una uscita dal mito; la via di un inedito “illuminismo del corpo”.

Basta fare riferimento ad alcune aspetti “lessicali” per avvedersene. Ecco la suggestione: esso chiama in causa una sorta di indicibile, un qualcosa“che non può dirsi” in duplice senso:  A) “non va detto, non è degno di essere detto” in quanto portatore di una carica allusiva scabrosa; B) “è impossibile da dire” perché si sottrae alla parola, è “inesprimibile”: in quanto portatore di un “resto-creativo” destinato a rimaner “segreto-che-si-svela” solo a chi ne fa esperienza in prima persona, da protagonista. Che è, beninteso, l’opposto del mito. L’indicibilità del corpo femminile, poi, muove da una peculiare condizione di invisibilità: gli organi principali che ne determinano il sesso non sono, in prima battuta disponibili allo sguardo! Per coglierne i tratti peculiari è necessaria un’attività in qualche senso di scoperta.

A) Intorno a questa attività di scoperta gira il primo senso di indicibile. Nel corpo femminile è circoscrivibile una zona di “parti basse” (il rimando è a espressioni come “ceti bassi”, “bassa lega” etc…). “Parti basse” e buie perché la natura le ha volute destinate a non vedere la luce. Con buona pace dell’occidente colto che ha rinunciato alle sue censure, qualcosa di occulto e di insidioso si sospetta abitare la forma femminile del desiderio. Non per nulla fra le “parti basse” imperscrutabili allo sguardo c’è l’ unica nel corpo umano che“…non ha altra funzione se non quella di provare piacere”*: il clitoride sta all’imboccatura della vagina come Cerbero alla Porta dell’ Al di là: per entrarvi è bene sbarazzarsene e la violenza può al limite esercitare anche una funzione redentrice (a partire dall’infibulazione). Lo si può dunque mappare, marcandone luoghi che possono essere messi in luce e detti, ed altri che devono invece rimanere nel nascondimento. La violenza prima sulla donna è questa sorta di trappola dell’indicibile: lo scollegamento di sé dentro il proprio corpo e tra  di esso e, per così dire, la propria anima (vedansi i sensi di colpa).

B) Ma il corpo femminile è anche indicibile perché custodisce un , una soggettività irriducibile alle mille forme della sua oggettivazione. In questa accezione, le “parti basse” si trasformano in “parti intime”. Si tratta sempre del luogo di una scoperta, ma della scoperta di quell’intimità originaria che governa la vita stessa; non “dicibile” se non a condizione di legare la parola all’esperienza personale che se ne fa. Ultima cosa qui la retorica! Sono fatti. Il corpo femminile è luogo di un’intimità profonda e silente in cui si incastra il miracolo del concepimento dentro quello del desiderio e del piacere. La percezione di      questo luogo richiede un viaggio di scoperta del sé della donna che deve potersi raccontare, illuminare, dire, senza togliere nulla all’intimità e al silenzio. Freud certo non lo sapeva ancora, ma la risposta alla domanda “Che cosa vuole una donna” potrebbe essere registrata, in sintonia sommessa e profondamente ironica, nelle parole di uno spiritoso bigliettino affisso in un’anonima bacheca: “sono le 10 di sera: hai idea di dove è la tua clitoride”?”

* cfr, E. Ensler, I monologhi della Vagina: “Prefazione”. A questo volume sono dovute molte delle suggestioni e delle citazioni usate

DONNE E LAVORO. NON C’E’ NULLA DA FESTEGGIARE.

Una data, l’otto marzo, in cui si cerca di fare il punto sulla situazione in Italia, in Europa, nel mondo. Dalle prime battaglie del movimento femminista si sono raggiunti molti obiettivi relativamente al mondo della rappresentanza politica e lavorativa di genere, diminuendo lo scarto tra presenze femminili e maschili nelle varie istituzioni. Ma dobbiamo ancora vigilare su alcune questioni e i numeri parlano da soli.  I dati Istat più recenti (2015) parlano di un’occupazione media femminile in Europa del 64,5% contro il 48,5 % in Italia; inoltre una donna su tre abbandona il posto di lavoro nel primo anno di vita del figlio, che si tramuta in una media nazionale del 27,3 % delle donne che lasciano il lavoro durante la prima maternità; poi i congedi parentali in Italia sono utilizzati solo dal 27 % dei maschi; gli asili nido pubblici e privati in Italia sono 11000 e coprono solo il 24 % della richiesta. In Campania questo numero scende al 7 %, mentre in Calabria sale al 73 % ma solo esclusivamente nel settore privato; nel 2020 i voucer per l’assistenza familiare, che fa riferimento al Fondo Assegno Universale e Servizio alla famiglia (concretizzato nei bonus bebè e bonus asilo nido) raggiunge 300 euro al mese per le donne disoccupate. Consideriamo che una baby sitter costa in media 600 euro al mese e ci rendiamo conto logicamente di come sia una goccia in un vasto mare. Questa situazione incresciosa sta avendo da tempo degli effetti sull’andamento demografico italiano, tanto che si parla di BABY BUST contro il BABY BOOM degli anni sessanta. La natalità in Italia dai dati Istat è scesa a 1,18 %, l’età media delle donne che scelgono di avere un figlio è salita a 31 anni, e le nate del 1979 scelgono una su quattro di non avere figli. Inoltre molte donne, rimandando la scelta della maternità per motivi di studio e di lavoro poi perdono la possibilità di portare avanti una gravidanza. Questo quadro europeo e soprattutto italiano fa comprendere che la maternità, pur essendo una funzione sociale, viene affrontata delegando ancora alle donne la cura dei figli e spingendo verso una scelta esistenziale radicale: la carriera oppure il figlio. Logicamente questo gap aumenta con il diminuire del reddito. Le donne delle classi meno abbienti sono quelle che pagano il prezzo più alto in relazione alla rinuncia delle loro ambizioni professionali e culturali. Facile riflessione: davanti alla nascita di un figlio, le differenze di genere in Italia, diventano insormontabili. E questo sicuramente crea nelle donne una dose di frustrazione e di stress, un senso di esclusione e di perdita, una qualità di vita sociale assolutamente scadente e una difficoltà a rientrare nel mercato del lavoro in seguito. Bisogna lavorare ancora per dare alla famiglia in quanto tale ogni sostegno, per permettere a entrambi i coniugi di realizzarsi e di essere, senza pregiudizi e stereotipi di genere, entrambi caregiver. Si tratta di una mentalità che deve ancora modificarsi per diventare progetto politico accettato e condiviso da tutti. 

DONNE E POLITICA

Un uomo è in gran parte quel che fa, dice, pensa di essere, anche se per nessun uomo di un certo spessore l’identità fila cosi liscia. Ma una donna? Parli sempre con qualcosa che le è stato fatto fare, pensare, dire, da pressioni dolci o acerbe; oppure la trovi ammutolita nella zona opaca di distanza che ne prende. Quel che la mia generazione sfuggì fu appunto lo stare al gioco o ricoverarsi nella distanza: fummo emancipate per questo. Saltammo risolutamente nel mondo com’era, decise a far arretrare qualsiasi uomo ci avesse chiesto “E tu qui che ci fai?” La strada per noi fu soprattutto la cultura. Per alcune più fortunate fu anche la politica (Rossana Rossanda, “Le altre”, Bompiani 1980).

Ci sono secoli di cammino in queste poche righe scritte da una delle intellettuali più importanti ed influenti del secolo scorso (se mi sentisse definirla cosi non mi rivolgerebbe nemmeno il saluto ma noi amiamo il rischio). 

Quella che possiamo definire la partecipazione delle donne alla politica arriva tardi rispetto a tanta parte del progresso umano e anche del cammino femminile in altri campi, studio, lavoro, cultura. La vera gigantesca macchia si espande occultando nel buio, sopprimendoli, diritti essenziali. Il diritto di voto, in primis.  Ossia il diritto di contare, il diritto di acquisire pari dignità con l’uomo di fronte alla platea della società civile.

Le date ci aiutano a capire molto di quello che è stata la storia delle donne.

2 Giugno 1946 in Italia arriva con il referendum tra Monarchia e Repubblica il suffragio universale (l’altro ieri, in pratica) fino ad arrivare a guardare le realtà che sconfinano nella totale cancellazione dei diritti della donna e che solo di fronte a pressioni internazionali hanno dovuto fare concessioni di diritti acquisiti quasi ovunque: Kuwait (2005), Emirati Arabi Uniti (2006) e Arabia Saudita (2015). La donna quindi ha dovuto lottare secoli per qualcosa che le apparteneva e il protrarsi di queste battaglie intanto l’ha tenuta lontana dai centri decisionali.

A partire dalla Resistenza, in Italia nasce il nuovo volto delle donne che sembrano voler dire m’interessa, io partecipo, io decido. La lotta per il proprio diritto di cittadinanza è durata decenni ma solo dopo la liberazione ha avuto un impatto decisivo. Le donne erano già entrate nel sindacato, nei partiti come se solo dopo rotture storiche, come la guerra, le donne aderissero quasi inevitabilmente ad un ruolo politico che non fosse servile o a puro appannaggio di chi deve decidere davvero.

Si rivendica cosi il ruolo di chi non accetta più di occuparsi solo del privato ma cresce la voglia di offrire il proprio contributo al pubblico ritenendolo vitale, essenziale.

 Il vero muro insormontabile, da sempre, è stato l’approccio delle donne col valore della politica. Fondamentalmente un senso di non appartenenza ha frapposto una distanza abissale tra le donne e la gestione della polis. Sembrerebbe una forma quasi di malcelato disinteresse di chi, da sempre, viene invece platealmente orientato ad altre mansioni, in una acritica accettazione di questa esclusione sempre aprioristica.

Tutte le assemblee elettive hanno numeri di presenza femminile umilianti, pressoché in tutti i paesi. Ma se non sono i numeri ad appassionarci. sicuramente è nostro dovere ricordare la non rilevanza di molti ruoli rivestiti in politica dalle donne.

A margine di questa nota occorre sottolineare una cosa: nessuno ci offrirà senza una vera rivoluzione culturale quello che ci spetta, nessuno ci darà voce, soprattutto  fino a quando non saremo sicure di meritarlo del tutto. E allora lo conquisteremo. Procedendo in questa direzione probabilmente l’orizzonte futuro sarà non più una galleria di utopie ma certezze. Visibili e bellissime.

DONNE E RICERCA

Amare il proprio lavoro è la cosa che si avvicina più concretamente alla felicità sulla terra (Rita Levi Montalcini).

Qualche anno fa diventò in breve un best seller un libro per bambine intitolato “Storie della buona notte per bambine ribelli”. Per la prima volta non venivano presentati quali modelli di vita Cenerentole e principesse salvate dal principe di turno, ma Rita Levi Montalcini, Ipazia di Alessandria, Margherita Hack. La ricerca è forse una delle massime espressioni culturali in cui le donne possano incidere. Eppure in questo ambito le donne in Italia nel 2021 sono ancora fortemente sottorappresentate. Come fotografato dal rapporto MIUR del 2019 “Focus Carriere femminili Università”, l’Italia consegue risultati superiori alla media europea sia per la percentuale di donne che concludono con successo il percorso di dottorato di ricerca (circa il 52%), sia per la buona percentuale di afferenza di donne ai settori tecnicoscientifici delle aree STEM”, ma “passando dalla formazione universitaria alla carriera accademica, la situazione cambia drasticamente. Nel 2017 le donne rappresentano complessivamente il 40,2% dei 67.917 docenti e ricercatori, con delle differenze tra i vari livelli della carriera accademica: rappresentano poco più della metà (50,3%) del totale del Grade D (equivalente ai titolari di assegni di ricerca), mentre sono appena il 23,0% del totale del Grade A (equivalente al ruolo dei professori ordinari”.

Si tratta del fenomeno che il World Science Report dell’UNESCO definisce “tubo forato”: dopo aver raggiunto i massimi livelli di studio e formazione, molte ricercatrici non riescono a proseguire il proprio percorso e tutte le loro conoscenze, costruite e accumulate in anni e anni di studio e impegno, si disperdono.

Non si tratta di invocare “quote rosa” nella ricerca, ché non avrebbe senso, lì dove dovrebbero essere le competenze a fare davvero la differenza. Si tratta, piuttosto, di affrontare questioni educative, culturali e sociali. Non si può negare che la maternità sia una componente fondamentale dell’effetto “tubo forato”: basti pensare che il contratto di assegnista di ricerca o di ricercatore a tempo determinato, previsti generalmente all’inizio di una carriera scientifica, prevedono il “congelamento” del contratto stesso nei 5 mesi di maternità, con una copertura pari solo all’80%. Ma non si tratta di mere questioni economiche e contributive: la dinamica del “publish or perish” (pubblica o muori), che privilegia il parametro della quantità di pubblicazioni prodotte, del loro impatto (numero di citazioni da parte di altri), della competizione smodata, della continua prova di sé, di certo non agevola le donne che, in caso di maternità, vedono necessariamente diminuire il tempo da poter dedicare in modo serio e qualitativamente elevato alla ricerca.

Inoltre, quali strutture sociali (nursery all’interno dei campus universitari, centri di Ricerca, biblioteche) esistono in Italia per supportare il lavoro della donna ricercatrice? Tutto quanto all’estero è già da molti anni realtà, da noi è miraggio ed indubbiamente incide nelle scelte delle giovani studiose, che spesso si trovano nella condizione di dover scegliere tra desiderio di famiglia e ricerca.

Si tratta di sfide peraltro acuite dal lockdown e dallo smart working selvaggio in cui siamo immersi da marzo 2020. Ricerca, didattica a distanza, gestione della famiglia: è stato calcolato che nei primi sei mesi del 2020 gli articoli scientifici a firma femminile sono calati drasticamente, mentre quelli a firma maschile sono addirittura aumentati. Si veda in tal senso l’articolo COVID-19 lockdown effects on gender inequality apparso sulla rivista Nature Astronomy 4, p.1114 (2020), a firma delle tre scienziate italiane Laura Inno, Alessandra Rotundi e Arianna Piccialli.

La situazione attuale riflette e ingigantisce una antica cultura della gestione familiare tutta italiana che ancora, nonostante l’emancipazione in gran parte conseguita, affida la cura della famiglia e della casa principalmente alla donna. Se, quindi, la parità tra i sessi esiste almeno a livello di competenze e di impegno, essa va raggiunta a livello culturale e ciò non è possibile senza una presa di coscienza ed un serio sforzo di comunità, che passi anche dalla messa in campo di politiche sistemiche e non meramente assistenzialistiche a sostegno della famiglia e della genitorialità.

LIBERE DI SCEGLIERE: GLI UOMINI PER LE DONNE

10 donne uccise dall’inizio dell’anno ad oggi.*

Il diritto di scegliere e di “essere” negato, violato, mutilato, perseguitato, ucciso.

Ma qualcuno non ci sta e prova a infrangere il muro “omertoso” di genere: gli uomini manifestano contro l’emorragia dei femminicidi.

Il femminicidio è “violenza estrema da parte dell’uomo contro la donna proprio perché donna. Quando parliamo di femminicidio quindi non stiamo semplicemente indicando che è morta una donna, ma che quella donna è morta per mano di un uomo in un contesto sociale che permette e avalla la violenza degli uomini contro le donne.” 1992 Diana Russel – Femicide

Secondo i dati diffusi il 20 novembre 2019 dal rapporto “Femminicidio e violenza di genere in Italia” della La Banca Dati EURES, la violenza di genere non cala. Nel 2018 sono stati 142 i femminicidi (+ 0,7% sull’anno precedente), di cui 78 per mano di partner o ex partner. L’85% dei femminicidi avviene in famiglia, anche se nella metà dei casi a uccidere sono altri familiari. Nel 28% dei casi “noti”, le donne uccise avevano subito precedenti maltrattamenti spesso note a terze persone. Fonte Sole24ORE – 25 nov 2019.

Però una parte del mondo maschile dice “NO”, non ci sta più a essere complice di questa carneficina. Flash mob si moltiplicano in tutto il paese, anche se la partecipazione è minima e guardata a volte come ridicola e inutile.

“Libere di scegliere. Gli uomini per le donne”, questo lo striscione che ha aperto un corteo per le strade del centro di Piacenza a ottobre del 2019.

“Hanno indossato una t-shirt rossa e si sono ritrovi in piazza Matteotti, a Potenza, per dire basta al femminicidio”. Una manifestazione nata dagli uomini per le donne, contro i troppi e continui gesti di violenza che il più delle volte culminano nel peggiore dei modi. È così che nasce la prima protesta maschile in Basilicata.  Altre in questi giorni si stanno organizzando in diverse città, tra cui Milano, Biella e Genova. “Non c’è un collegamento o una rete – spiega Antonio Caporale, tra i promotori – ma sarebbe bello un domani ci fosse. Una rete contro questa deriva culturale, perché di questo si tratta. Siamo felici ci sia una categoria di uomini che si sia svegliata, mettendosi pubblicamente al fianco delle donne in questa battaglia  e siamo felici di essere tra questi”. Anna Martino – La Repubblica – 27 febbraio 2021. La voce delle donne da sola non basta, non basta l’informazione, non sono sufficienti i volti delle vittime, il dolore di chi rimane. Accanto alle donne, al loro fianco, devono prendere posizione gli uomini. Nuovi testimoni del grado di civiltà di questo paese. Solo insieme possiamo vincere questa battaglia. Solo ascoltando le voci degli uomini, le loro storie, i dubbi, le angosce, possiamo provare a estirpare la violenza di genere dalle feroci cronache quotidiane, ricercando quel dibattito politico e culturale.

#iocisono *Aggiornamento al 22 febbraio c.a. https://www.repubblica.it/dossier/cronaca/osservatorio-femminicidi/2021/02/10/news/i_femminicidi_in_italia_nel_2021-286901654/

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