Poesie di Antonella Anedda

Lo spazio di Atena
di
 Silvana Pasanisi

Parlare di Antonella Anedda significa parlare della sua isola, della sua terra, la Sardegna pensata come itinerario della mente di chi ne vive la poesia come forma del pensiero, a partire da “Isolatria” che ci consegna un’identità precisa che già avevamo  trovato  nitidamente nelle opere precedenti.

“Se ho scritto è per pensiero
perché ero in pensiero per la vita
per gli esseri felici
stretti nell’ombra della sera
per la sera che di colpo crollava sulle nuche.
Scrivevo per la pietà del buio
per ogni creatura che indietreggia
con la schiena premuta ad una ringhiera
per l’attesa marina-senza grido-infinita.
Scrivi, dico a me stessa
E scrivo io per avanzare più sola nell’enigma
Perché gli occhi mi allarmano
E mio è il silenzio dei passi , mia la luce deserta
da brughiera-
Sulla terra del viale.
Scrivi perché nulla è difeso e la parola bosco
Trema più fragile del  bosco, senza rami né uccelli
perché solo il coraggio può scavare
in alto la pazienza
fino a togliere peso
al peso nero del prato.”              

Questi  i versi di “In una stessa terra” da “Notti di pace occidentale”, il suo manifesto poetico.

Alcune di queste parole le ritroveremo di frequente nel suo personalissimo vocabolario, ringhiera ad esempio, parola che suscita l’idea di un appoggio , di un sostegno per scale, significa anche linea di separazione che ci tira fuori da uno spazio. Il poeta trova nelle parole il suo sostegno, questo sembra voler sottolineare la poetessa.

 L’esortazione a scrivere che sempre troveremo nelle sue liriche sembra sottolineare che quella è l’unica strada per andare avanti nella vita, nei suoi enigmi, per tentare di decodificare la realtà e tutti i suoi simboli, accettare il dolore nella sua terribile interezza e perdonare e perdonarsi.

Lo sguardo del poeta è l’arma a disposizione. Uno sguardo carico, pieno, insistente e mai esaustivo. In questo il poeta è solo, profondamente solo. Sin dalla prima raccolta poetica “Residenze invernali” era chiara l’intima propensione ad uno sguardo  che è coraggio e attitudine all’incontro con la strabiliante ingenuità delle cose, racconto ed anima.

Scrivere poesia è in definitiva, per Antonella Anedda, una missione da compiere , un intimo bisogno di certezze, un dovere di chiarire e denunciare i torti della vita, una sfida continua tra la mente che vuole volare in alto e il corpo che rimane attaccato alle cose e agli oggetti, oggetti avvolti in una luce che li rivela nudi proiettando su tutto un velo di pietà.

Pietà, coraggio e pensiero quindi. Queste le linee portanti  da cercare se si vuole entrare in questo universo poetico  cosi ricco di trame e musica, sempre però fortemente ancorato al mondo concreto. Perché è comunque lì che si muove il poeta, alla ricerca di sé e di un passato da far rivivere con la memoria e fondere con il presente. Così ci appare il senso del tempo per la poetessa, passato e presente, affluente e fiume, morte nella vita.

“ Chi se ne è andato non desidera tornare.
Pensiamo che si strugga per il mondo
prestandogli la nostra nostalgia.
L’oleandro che trema, l’abete
che si sfrangia più latteo nella luna
e tutta la bellezza incomprensibile
che ci ostiniamo a raccontare.
Se i morti vedono ci guardano scrutare l’illusione di un muro
bussare per entrare o chiamare
come i pazzi che cullano le pietre
bisbigliando loro: amore”

L’intensità e la profondità di “Video” da “Salva con nome” Premio Viareggio 2012 basterebbero a siglare un’intesa finale tra gli abissi più profondi del destino umano e la corda che ci tiene ancorati all’essenza del vivere in ogni suo particolare, l’amore ineluttabile che è impossibile escludere.

 Il tema della morte è centrale , evocato, esorcizzato, per non perdere mai di vista il traguardo dell’esistenza. La prospettiva è rovesciata: non sono i vivi che guardano i morti ma l’opposto senza desiderio di ritorno. Sono i vivi ad avere nostalgia .

“ Qual è la parola per dire che non si hanno più sentimenti negativi
verso chi ti ha ferito?
Perdono, mi hanno risposto.
Ma io volevo, al contrario
parlare del rancore.
Questo è stato l’inizio e può valere come esempio.
Ogni giorno c’è una parola nuova di cui non ricordo il senso
E il cui suono tintinna un motivo percepito a brani
Familiare una volta, ora perduto.
La sua luce abituale cade. Di colpo non importa,
provo rancore, perdono chi prova rancore, mi perdono?
C’è un alfabeto incomprensibile, un linguaggio dimenticato.
I nomi nuotano privi della loro materia fin dal mattino.
Come chiamare la stoffa bianca che il vento muove davanti alla vetrata?
Tenda, tende. Il riso mi si annida in gola.
Lei, cioè io, tende a cosa?
Qui so rispondere: tendo alla terza persona
alla grazia sperimentata una volta sola
di un dolore sdoppiato e spinto fuori
poi  fissato,ascoltato perfino nello scroscio delle lacrime
ma da un’altra me stessa
capace di lasciare la sua vecchia pelle sulla terra” 

Questo brano è tratto dalla  lirica Nomi“Il balcone del corpo “ . Il gioco di parole, il gioco della parola è assai emblematico della nostra autrice e soprattutto il tendere alla terza persona, tipico di chi vuole distanziarsi dal proprio io per riuscire a guardare meglio la realtà intorno.

Questa è l’isola di Antonella Anedda, la parola che scalfisce e salva. Autentica, scabrosamente scarna.

In tutta la sua produzione poetica la figura di Caronte è il pensiero, l’intelligenza prodotta in versi  ed illuminazioni che non sono solo abbaglio poetico ma vera e propria inquietudine letteraria, duello tra dubbi, scelte , convinzioni e certezze.

Un commento Aggiungi il tuo

  1. luciatriolo ha detto:

    L’ha ripubblicato su poesie semiserie.

    "Mi piace"

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