Poesie di Katherine Mansfield

Lo spazio di Atena
di
  Silvana Pasanisi

Un giunco, un’erba sono

Un giunco, un’erba sono
Che ora si piega e dondola
Su una sponda diruta.
Anche una lunga erba livida
Che ondeggia come fiamma,
sono una canna,
una frusta conchiglia che dirama
in eterno lo stesso canto,
un viluppo di sterpi,
una bianca pietra abbagliante,
un ossame.
Fin che nella sabbia
m’immergo di nuovo,
e mi giro, e qua e là mi protendo
a un angolo marino
nella luce calante
quando la luce scompare.
Ma se torni, non dire:
“Ella non è più qui in attesa,
ha dimenticato”. Con cespi, per gioco,
con erbe e pietre non ci siamo mascherati
mentre passavano le strane navi,
lente, gravi, dinanzi a una sciarpa di spuma
che l’isola nativa scioglieva dolcemente
e le bolle di schiuma ponevano sulla pietra
l’iride degli arcobaleni? Guarda, diletto . . .
No, esse sono andate,
e le vele e il cielo muovono insieme.

Devo confessarlo subito. Katherine Mansfield è stato un mio folle amore di gioventù. Tutto quello che volevo scoprire  in una lirica lei me lo regalava a piene mani. Prezioso insegnamento, per me, la sua ingordigia del vivere e del poetare. Il libro con liriche scelte “Poemetti” edito da Einaudi con traduzione di Gilberto Altichieri, ha albergato sul mio comodino come breviario di parole definitive e slancio da seguire per molto tempo.

Siamo nei primi anni del Novecento . La poetessa neozelandese di nascita ed europea per scelta si dimostra una figura di donna fortemente volitiva. Lascia “l’isola nativa” per arrivare nella sua amatissima Londra (Londra . Solo a nominare questa parola mi vien voglia di piangere . Non è tragico essere cosi innamorata?)

Per la giovanissima Katherine la Nuova Zelanda rappresenta un mondo isolato, retrogrado , dalla mentalità chiusa. Troppo poco per la sua profonda sensibilità estremamente vogliosa di vita e di poesia. Giovanissima e senza mezzi approda in quello che era il centro del mondo, Londra, appunto, che rappresentava il tutto che cercava di esprimere. Da quel momento la sua vita fu incentrata sulla sua voglia di scrivere. Non per mestiere ma per essere. La scrittura emblema della personalità. Una personalità che oggi definiremmo, semplificando, ribelle. Un suo professore del Queen’s College la definì “una piccola selvaggia” pronta a sacrificare sé  stessa sull’altare della scrittura.  Giovanissima, sposa un uomo per lasciarlo dopo pochi giorni per amore di  un altro. Una donna profondamente libera. Tutto questo amare, viaggiare è una scelta in totale contrapposizione col suo destino, atroce e di straziante prevedibilità. La tisi non perdona, è un cane con la bava alla bocca, crudele e assassino.

Solenne un vento eguaglia il canto
della pioggia solenne, stanotte.
Gli alberi da lungo tempo quieti
sono scattati unanimi all’agitazione.
Gli alberi teneri, gli alberi grevi,
le piante in frutto stanche e valorose
abbandonano le fronde al vento
che rissa ad alta voce.
I bassi arbusti e i tronchi
Curvano sotto lo strepito maestoso,
come il più sottile filo d’erba
scrolla sul suolo indifferente

Niente affatto male per una che diceva alla sua amica Virginia Woolf: “ Non credo di essere un poeta”.

La prima guerra mondiale le uccide l’adorato fratello e la sua irrequietezza aumenta, la divora. Da questo momento la poetessa ritorna, quasi come impegno morale, a scrivere della sua isola. La natura, la purezza, la spontanea bellezza del vivere. Il paradiso perduto.

L’amore entra prepotente nella sua vita nonostante la malattia. Sposa John Middleton Murry, critico dei più noti. Uniti, anche nella distanza, dal profondo legame con la scrittura, i due fino alla fine hanno sfidato la morte scrivendo. Racconti, diari e questi “Poems”, liriche eccelse e di rara intensità.

Diceva l’autrice “Ecco il mistero. Ecco ciò che debbo fare. Devo passare da un amore personale a un amore più grande. Devo dare al tutto ciò che ho dato a uno solo”.

Venne un bambino, una volta

Venne un bambino, una volta,
assorto dal gioco nel mio giardino:
così pallido era, e taciturno.
Solo quando sorrise seppi tutto di lui ,
ciò che nelle tasche custodiva,
il palpito delle sue mani nelle mie
e della voce il tono più segreto.
Dischiusi a lui ogni vergine sentiero,
l’angolo dei miei tesori ascoso
al suo capriccio abbandonai
e la minuscola gabbia d’argento, annidata dai miei pensieri
in canto, volli che tenesse al suo fianco.
Fosse pur profonda la notte, nessuna tenebra
ci poteva bastare: sulle punte
penetrammo tra le ombre d’antro
e immersi negli stagni , sotto il fantasma delle fronde,
ostentammo il coraggio di aver affrontato il mare.
Dalla strada del mondo giunse al confine
del nostro campo un passo sconosciuto,
curva di spavento interrogai in un bisbiglio:
“Camminasti tu mai da quella parte?”
Il capo chinò e una lacrima cadde dai nostri cigli.
Venne un bambino, una volta,
a giocare nel mio giardino schivo.
Cosi pallido era, e taciturno.
Gli diedi all’incontro un bacio, uno ne richiesi:
ma l’addio fu sfiorato con un cenno di mano.

Quel bambino Katherine lo perse quando, giovane, fuggì dal suo primo matrimonio con l’uomo amato. Mi è dato di pensare che la maternità delle sue liriche sia stata per lei essenziale , da quel momento, ancora di più.

Muore nel 1923 a Fontainebleau  dopo la frequentazione  di tanti sanatori in Francia, in Svizzera. Giovane, ci ha insegnato come si vive una vita centenaria in trentacinque anni. Di vita e scrittura.

Un commento Aggiungi il tuo

  1. luciatriolo ha detto:

    L’ha ripubblicato su poesie semiserie.

    "Mi piace"

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