Gabriella Paci, “Le parole dell’inquietudine”

Da poeta a poeta
Stefano Giorgio Ricci recensisce “Le parole dell’inquietudine” di Gabriella Paci

Diceva Elias Canetti che nessuno può compenetrare l’attesa tranne l’atteso o chi si pone in attesa. Di attese, talvolta dilanianti, si alimenta questa preziosa emozione poetica che viene suddivisa in quattro stanze: “Inquietudine“, “Gli affetti“, “I sogni e il Tempo” e “Il mondo intorno“. Stanze accoglienti, mai stranianti, che non respingono il visitatore. Lo invitano a ritrovare il disegno di un vissuto, nei suoi riflessi; in echi che decompongono e ricompongono memorie (anche recenti); nelle sue ascese intime.

In “Le parole dell’inquietudine” il tema si ripropone, talvolta inatteso, frequentemente. In quest’epoca di tutto e subito, Gabriella Paci presenta una solida ossatura delle attese. Attese come architettura dell’accadere.

Subitaneo esordisce, nella seconda lirica dell’opera “Brivido sonoro”, il tema che innerva tutto il corpo pulsante e, a tratti, dolente :

A volte rimango giorni
sotto il tetto del silenzio
dove attendo che
si affaccino… le parole...”

Anche il tema dell’amore, fisicamente nel cuore di quest’opera, si alimenta, attraverso le assenze,
di dilanianti attese. Nella struggente lirica “Il tuo andare oltre me”, leggiamo:

L’attesa smargina i minuti
che diventano aghi sulla nuca…”

Le liriche di Gabriella Paci non sono sterile gioco mentale, no. Sono investimento corporeo nel quale convergono arcipelaghi di emozioni in deriva i quali convogliano anche l’anima sociale, con tematiche reperite nella lacerante attualità.

Il mio viaggio, all’interno dell’universo denso di folgoranti bagliori di armonia, trova approdo nella rigenerante “L’età dell’incantesimo”:

“…con la voglia di arrivare al futuro
inconsapevoli della fugacità del tempo…”

Quasi a rilanciare la, mai sopita, fiducia delle iniziali attese.

Gabriella Paci ha consegnato ai fruitori un progetto di indomita fiducia nella consapevolezza delle attese. Ne consiglio vivamente la lettura.

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