Andrea Sponticcia – Poesie dell’indaco

Note a Margine
a cura di Federico Preziosi


Classe 1992, Andrea Sponticcia con la sua ultima opera, Poesie dell’indaco (Nulla Die Edizioni) ci propone una poesia strettamente legata al senso del distacco e all’accettazione. Per poterci addentrare nei suoi versi, si potrebbe partire da Manifesto, un distico che riassume con grande efficacia il contenuto del libro, non tanto dal punto di vista formale, quanto per il piglio puramente intenzionale e dichiarativo.

Quel che di me è andato perduto
è quanto la poesia ha salvato.

Si noterà fin da subito l’approccio chiaro e diretto, si apprezzerà il tratto spontaneo e poco costruito anche con gli esempi che riporterò in seguito. Tuttavia questo stile conciso non connota del tutto l’autore, anzi è del tutto poco rappresentativo. Sponticcia, ben consapevole di inoltrarsi in territori difficili, in cui la parola in quanto espressione umana presenta limiti evidenti, si affida al ricordo compenetrato da un vasto immaginario sentimentale ben calibrato, mai sdolcinato e corredato da buone riflessioni sull’esistenza nelle quali si snodano anche periodi di grande effetto, sia nella resa sia nella rivendicazione. Per questa ragione dilata lo spazio dell’agire poetico e articola, come vedremo, un tessuto dinamico e fluido.

Poesie dell’indaco può essere suddiviso in due parti e non si compone di vere e proprie sezioni, non vi sono titoli né separazioni nette in questo libro, il tutto è affidato a un loghetto con su scritto “Spo”, abbreviazione di Sponticcia. Anche da questi piccoli accorgimenti si percepisce un gusto tutto giovanile, probabilmente derivante da suggestioni urbane, musicali e/o relazioni quotidiane (considerando il dato anagrafico dell’autore). Certe liriche, in cui la musicalità viene scandita principalmente attraverso rime e assonanze, attingono a metafore e a luoghi tipici dei giovani. Sponticcia non recita la parte del poeta datato, preferisce affidarsi alla “freschezza” del proprio vissuto, alla rappresentazione del mondo delle regole che volenti o nolenti vanno accettate, una proiezione adulta, ma non totalmente compiuta. I passaggi si fanno ora repentini, ora riflessivi. La scrittura è un susseguirsi di accelerazioni, dilatazioni e stop che accompagnano una spiccata volontà di conservare e preservare il perfetto incompiuto che trova continuità in se stessi.
Uno dei testi più significativi è certamente Palla da basket: qui Sponticcia ben descrive il cambio di passo attraverso la lunghezza irregolare dei versi, ma spesso scanditi da appigli sonori disseminati con leggerezza e flessibilità.

Io sono la palla da basket.
Vengo continuamente spinta a terra.
Bacio la polvere
sottomessa alla volontà del giocatore.

Quel che mi accade
non è poi così distante da ciò che accade
ad altri palloni.

Capita a tutti
di passar di mano. Finire smarriti. Sprecati.

Fa parte del gioco.
Rientra nel grande schema.
Un disegno ancora in corso.

C’è e non c’è.

Come me.
Come la palla
passata, scambiata, perduta, ripresa,
improvvisamente in volo,
sospesa
(per sempre guardata, per sempre temuta)
fino al canestro, fino alla sirena.
Poi il gioco ricomincia.

Non ho scopo
fuori dal campo,
eppure esisto
e a volte sono felice.

E questo basta
anche se non sei una palla da basket.

Fare i conti con la normalità, con una vita che va avanti indipendentemente dalla personale percezione di se stessi nel mondo, è a mio avviso il vero punto di interesse di questo breve e agile libro, un manufatto testuale in cui emergono il sentire e sprazzi esistenziali dell’autore senza assistere a uno spocchioso dilagare dell’ego. Sponticcia non disdegna il confronto con le generazioni future, non teme le insidie dell’amore e degli affetti, non rinnega la necessità di assistere, solidarizzare e di mettere in gioco il proprio mondo interiore al servizio di un ecosistema più complesso, in cui ogni essere vivente è ingranaggio interdipendente, ma sostituibile. Nell’effimero non esiste nichilismo, ma c’è un bene necessario anche nel distacco, c’è un lascito tutto umano che connota fortemente l’esistenza e l’esigenza di esistere. Tutto questo accompagna la parola di un giovane e promettente autore a cui si augura di instaurare un legame ancora più forte con i suoni e l’immaginazione letteraria. La forza spirituale non gli manca e il consolidamento del proprio vissuto potrebbe dare frutti molto interessanti in poesia. Teniamolo d’occhio.


Dare tutto

I tuoi occhi che mi pregano, mi supplicano:
diventa vero, implorano.

Mi chiedo se per te io ora somigli a Dio.

Lontano da chi spera,
onnipresente, eterno e onnipotente
solo a parole,
come parole pronunciate alla sera,
al sole buio
che è tutto attorno alla stanza.

Non nutrirti di questa sofferenza
supplicano i tuoi occhi persi
e diversi
nei dettagli dell’azzurro
imbevuto di antidolorifici.

Dimenticala e dimenticati la fine,
come si consuma un corpo
come cambia un volto.

Non cercare di trattenere, ma lascia defluire
il nero
sopra questa luce
che ha il colore del dolore.

Perdonami allora se insisto a decrescere,
a rannicchiarmi entro il tuo male,
a imprimere nella memoria ogni secondo di questa parte,
a guardare in faccia la morte
a cadere dentro i tuoi occhi.

Perdonami.

Dare tutto quando ormai è finita
è la sola dote dei figli dei vigliacchi.

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